(Tratto da IL RIASSUNTO DEL BABBO pubblicato nel 2006 a cura di Grafiche Amadeo)

La casa in cui sono nato é una piccola costruzione della prima campagna, poco distante dal centro di Bologna, sulla strada per Ferrara. Anzi, una volta era prima campagna, adesso é prima periferia. E’ il quartiere di Casaralta, che dà anche il nome alle Officine Ferroviarie. Esiste ancora, ma quasi tutto il resto é cambiato. Abitavamo al secondo piano, che poi é anche l’ultimo; e quella casa é stato il mio mondo per un tempo che allora mi sembrò lunghissimo ma che in realtà durò solo cinquanta mesi. Se ne fossi capace vorrei ricordarli tutti e rimettere in fila ogni giorno di quel tempo.

La casa é ben piantata su solide fondazioni dentro il recinto delle Officine dove si costruiscono i treni. Tutta la mia vita di bambino é stata vissuta con i treni. Dalle finestre della casa si vede il terrapieno della linea ferroviaria che in quegli anni veniva elettrificata con un lavoro lento e tenace, come quello delle formichine. Sotto le finestre, proprio sotto, passava un ramo secondario, quello che metteva in comunicazione la linea principale con l’interno delle Officine; si potevano vedere le carrozze entrare brutte e sporche per uscirne tutte lucide e tirate a nuovo. Il mio nonno lavorava per le Officine, e io ne ero molto orgoglioso, anche se io, il mio nonno, non ho fatto in tempo a conoscerlo. Ho sempre creduto, e lo credo ancora, che in alcune di quelle carrozze grigie e azzurre che viaggiavano in quegli anni, quelle con le poltrone di velluto e i lampadari di cristallo, vivesse un poco del suo genio di artista povero. Quando, ancora adesso, frequentando stazioni e binari morti con la stessa curiosità di allora, incontro una delle carrozze costruite laggiù, mi sembra che quella carrozza sia anche un po’ mia.

Il ramo secondario della ferrovia, quello che corre sotto la finestra, serviva anche per raccogliere, formandone convogli, i vagoni carichi di barbabietole. La mia nonna mi aveva spiegato che da quel bulbo rosso e marrone si poteva ricavare lo zucchero: buffa cosa, pensavo. Andrea era il mio amico, compagno di giochi e di sogni. Andrea viveva nella cascina dall’altra parte della strada; adesso quella cascina non esiste più, e al suo posto c’é una rumorosa carrozzeria. Andrea era figlio di contadini e i suoi allevavano anche i maiali. Mi impressionò molto, allora, il racconto della morte di un loro anziano parente. Malfermo nell’andatura, l’uomo era caduto nel recinto dei maiali: due di loro se lo erano divorato completamente. Da quella volta i nostri giochi si svolgevano ben lontano da quel brutto recinto. Un giorno, il padre di Andrea scoprì in mezzo al grano, proprio vicino al terrapieno della ferrovia, una bomba d’aereo tutta intera. Vennero i soldati con due camion e portarono via la bomba tra gli applausi della gente tenuta lontano da molti Carabinieri. E’ stato il mio unico contatto con la guerra, che sembrava già lontanissima. Io guardavo dalla finestra e ricordo la mia nonna che mi stringeva forte e mi diceva di non avere paura. Ma io non avevo paura, e non mi rendevo conto che con quelle parole lei voleva esorcizzare la sua. Io volevo molto bene alla mia nonna, e le sono sempre stato vicino. Per noi é stata una vera mamma e la sua morte, un brutto giorno di maggio, ha lasciato un grande vuoto. Aveva 93 anni, era lucida, perfetta. Non dimenticherò mai quegli occhi in agonia che cercavano qualcosa in fondo ai miei.  La sogno spesso, un pensiero molto importante tra le cose che non ci sono più.

Al piano terra della casa c’era il lavatoio, dove le donne lavavano la biancheria sbattendola forte su due pietre che, nel tempo, avevano preso forme bizzarre. Quell’ambiente buio e umido per noi era grandissimo e misterioso. Ricordo anche la paura che provavo quando i miei cugini, tutti più grandi di me, mi facevano certi scherzi là dentro, con il sadismo tipico dei ragazzi, al quale io non riuscivo a sottrarmi. Carlo, il mio cugino prediletto, aveva una bella casa proprio al centro: dalla terrazza si vedevano le due torri e i bellissimi tetti di Bologna; da lì si arrivava comodamente a camminare sui tetti. In questo modo raggiungevamo una vecchia torre che condividevamo con alcuni gatti e qualche altra invisibile presenza. La torre era disabitata, forse perché pericolante, e là dentro, sulla sua instabilità, noi abbiamo incominciato a fare i progetti per il nostro domani. Portavamo da casa dei grandi panini di mortadella schiacciati nelle tasche dei calzoni corti, e, mangiando, sognavamo. Carlo voleva diventare un grande calciatore. Ci ha provato. Poi ha fatto il Dirigente in una grande Banca. Adesso non sogna più. Io volevo fare il pilota di aeroplani, come altri cinque o sei milioni di bambini di allora.

A Casaralta, i vicini di casa erano i coniugi Burnelli. Di lei non ricordo molto, se non che mi aspettava con le sue grasse mani sui fianchi, in cima alle scale, tutte le volte che io tornavo da qualche scorribanda in mezzo alle sue aiuole di rose. Ma i suoi rimproveri erano teneri, e io ne approfittavo volentieri. Erano teneri della tenerezza di una mamma, che faceva con me la prova per vedere come sarebbe stato il rapporto con un eventuale nipotino. Ricordo anche i suoi biscotti di meliga, che mangiavo con il latte, e più erano secchi più era un gusto ammorbidirli nella tazza. Lui era un burbero pensionato dell’esercito, che coltivava le rose con molta professionalità e ottimi risultati. Qualche volta mi sedevo sui gradini del portoncino di ingresso e lo guardavo mentre potava qua e là le piante, bevendomi senza fiatare le sue storie di non so più quale guerra. Aveva una piccola barba grigia molto curata, a complemento di un viso secco, con occhi piccoli e penetranti, nei quali non ho mai visto alcun segno di gratitudine per la vita che gli era stato concesso vivere. Quando il sole calava dietro le poche case, segnando senza possibilità di equivoco la fine di un altro giorno di giochi, mi prendeva per mano e mi riportava nella casa della nonna che per manifestare la sua romagnola riconoscenza, gli faceva bere un bicchierino di nocino fatto in casa.

Ecco, questi ritmi, come li ricordo bene! La liturgia delle cose fatte e ripetute, sempre uguali, regolate e scandite al pari dei precetti della Religione, tutti i giorni, senza che nessuno, mai, si domandasse se fosse giusto o doveroso spostare qualcosa.

E’ strano e anche molto triste pensare e accettare che questi primi anni di vita cosciente siano stati registrati nella mia mente in quasi totale assenza di immagini dei genitori. Mio padre, questo lo ricordo bene, c’era molto poco per via del suo lavoro di rappresentante che lo teneva lontano da quella casa per settimane intere. Io lo trovavo molto normale, fino a ritenerlo giusto. La mamma la ricordo poco, in quegli anni, senza potermene fare una ragione. C’era poco e basta. Ma sicuramente dovevano esistere gravissimi motivi per tenerla lontana da quella casa che mi sembrava l’unico posto al mondo in cui fosse ragionevole vivere. Mio padre arrivava con la corriera in quei giorni che ho imparato più tardi essere la fine della settimana. Vederlo arrivare era una festa, ed era molto triste quando la corriera se lo riportava via alla fine del pomeriggio della domenica, appena dopo aver ascoltato assieme, alla radio, la partita di calcio.

Spesso, andavamo al centro, sotto le due torri, per trovare i cugini e organizzare qualche bella gita sui tetti. Si prendeva un bellissimo tram con il balconcino, che faceva capolinea poco prima delle Officine. Con tre lire la nonna mi comprava un gelato fatto nel chiosco della Gertrude: questa metteva in una buffa macchinetta due cialde di wafer, poi tirava una leva e come per miracolo usciva il mio gelato: un mattoncino di vaniglia compresso tra due cialde. Tutte le volte che il miracolo si ripeteva io ridevo come un matto, anche se oramai sapevo come sarebbe andata a finire, ed ero incantato dalla strabiliante macchina della Gertrude. Un giorno, per un gran cortocircuito, il tram fermo al capolinea prese fuoco, e con lui anche il chiosco della Gertrude. La macchina però si salvò e ricominciò dopo poco a fare gelati in un chiosco tutto nuovo. Per cinque lire.

Da lì al centro di Bologna non ci sono più di ottocento metri; ma mi pareva un gran viaggio, un bel viaggio. Guardando dal finestrino del tram, facevo finta di vivere in una città senza case, senza marciapiedi e monumenti, con le sole rotaie del tram, e i tram che ci corrono sopra. Quel panorama inesistente e surreale, fatto di soli tram che corrono come pazzi su rotaie posate su un piano, senza portare nessuno in alcun posto, con tutto quel groviglio di fili, binari e scambi in una delirante teoria di inutilità, mi eccitava moltissimo fino al punto che mi dispiaceva accettare la fine del viaggio.

Fu proprio su uno di quei tram che imparai la storia dell’occhio blu, e questa storia mi piace moltissimo ancora oggi, e spesso ne faccio uso per liberarmi di qualche cosa. In ogni uomo esistono due depositi, due grandi magazzini; sono i contenitori dove si raccolgono i ricordi delle cose vissute e le impressioni delle cose non vissute: questi si chiamano anche rimpianti. I ricordi si accumulano in questi depositi, senza un ordine, senza una regola. A volte prevale il criterio del tempo, a volte quello dell’importanza del fatto vissuto o non vissuto. Qualche volta succede che sia necessario fare pulizia in questi depositi, e allora alcune parti lì conservate, vengono eliminate, senza alcuna possibilità di recupero. Ma più spesso l’uomo invecchia senza aver mai messo ordine nei suoi depositi, e questo fatto lo rende triste, a volte molto triste. Gli occhi sono le finestre dei due depositi, servono come apertura per dare luce ai ricordi stessi. Però é anche possibile, qualche volta, vedere qualcosa attraverso queste aperture, qualche parte del contenuto dei due depositi. In uno dei due, in particolare, é possibile vedere un’intensa luce blu, molto strana, molto affascinante: quell’occhio é la finestra del deposito dove é conservato il ricordo del mare, quello più bello, l’elemento dal quale veniamo e al quale vorremmo tutti tornare. Nei bambini il ricordo del mare esiste fin dal momento in cui esiste la vita: é per questo che é più facile distinguere l’occhio blu. Le lacrime, poi. Non sono altro se non il salato segno del mare che se ne esce dal deposito ogniqualvolta noi desideriamo sommergere i nostri ricordi più tristi tra le sue acque.

Questo mi ha raccontato un giorno un uomo, giovane ancora, durante uno dei miei viaggi verso il centro del mio breve mondo. Ogni tanto allora provavo ad arricciare il naso, stringendo gli occhi, come fanno i miopi per poter concentrare lo sguardo e mettere a fuoco le cose lontane. Allora qualche goccia di mare se ne usciva, spinta fuori dal suo deposito, e le immagini cambiavano contorni, anzi a volte li perdevano completamente, e i miei viaggi ripetitivi diventavano ogni volta viaggi diversi. Via Indipendenza poteva anche essere via dei Tigli o via Vattelapesca in qualche altra città, e il Nettuno di piazza grande poteva anche essere la statua di un re o quella del mio nonno che il Signor Sindaco aveva messo là perché io vedessi come era fatto da vivo. Al Nettuno si scendeva, si attraversava piazza grande e si passava sotto i portici del Pavaglione per arrivare alla casa dei cugini. Era quasi sempre mattina presto e le due torri appoggiavano l’ombra tra i colombi e i gradini di San Petronio. I nomi delle vie erano curiosi: via Calzolerie, via Clavature, via degli Orefici.

Sta per finire una bella giornata di metà primavera: dalla collina, assieme all’aria fresca, scende il profumo intenso di erba tagliata, il segno inconfondibile dell’avvenuto risveglio delle naturali cose. Dal mio punto di vista, la prospettiva di Santo Stefano é esaltata dall’imminente tramonto che investe come una doccia calda i tetti delle sette chiese e le quinte di mattoni, rosse del sangue dei primi martiri. Il privilegio di essere in uno dei siti più belli della terra, il dono prezioso del ricordo e della profonda nostalgia dei miei anni di bambino, la percezione degli sguardi e delle voci dei miei cari: per che cosa si potrebbe essere più felici? Chi posso ringraziare?

Nei cassetti del mio tavolo di lavoro centinaia di piccole fotografie in bianco e nero, spesso impietosamente ingiallite, minuscoli rettangoli che costringono, come in un confine troppo piccolo, istanti di storie importanti o banali, felici o tristi, ma mai inutili, come i destini dei loro protagonisti; immagini che sono svanite un millesimo di secondo dopo aver fatto click.

Credo di essere l’unico che ritorna, ogni tanto in quella piccola casa quasi abbandonata, in quel lavatoio, sui tre gradini di quella minuscola porta di ingresso, e mi riguardo queste piccole, insignificanti cerniere della mia vita. Il caldo abbraccio e la voce della nonna non ci sono più. Però é rimasto l’eco delle voci di noi bambini, della mia cugina Angela, di Andrea; non ci sono più i lunghi convogli pieni di barbabietole ma i ragni nel lavatoio fanno ancora quelle grandi tele che solo i ragni di campagna sanno fare. Lì mi ci perdo ancora e vedo tante cose che sono state, e tutte quelle che non sono mai state.

Solo che adesso fa male. E mi viene tanta voglia di salire sopra una di quelle carrozze che escono dall’Officina, le nipoti di quelle fatte dal mio nonno, e andare via con lei.

Lontano.