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SOMALIA FAREWELL

 

  • Itinerario: Mogadiscio - Merca - Gesira e la costa fino al Kenya
  • Periodo: 1983-1992 (10 viaggi)
  • Tipo di viaggio: lavoro
  • Mezzi di trasporto: fiat 131 e land rover

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Dati mappaMap data ©2013 Google - Termini e condizioni d'uso
Dati mappa
Map data ©2013 Google
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100 km
50 mi
 
 
 

Racconto di viaggi

Ho conosciuto la Somalia grazie al mio lavoro. Credo che sia giusto riconoscere al mio passato lavorativo il merito di avermi portato in luoghi che difficilmente avrei visto altrimenti. La Somalia è uno di quelli.

Si dice che chi frequenta un Paese per ragioni professionali non ne colga l’essenza, non ne apprezzi la consistenza, non riesca ad attivare, con la gente, quella minima pratica comunicativa che gli sarebbe utile per valutare. Credo sia vero. Ma credo anche che, tra i molti privilegi di cui ho goduto in queste mie esperienze, ci sia stato anche quello di vivere molto intensamente il rapporto con la gente e con il Paese, e questo mi ha concesso molto. Non è stato un mio merito, ma delle persone che mi hanno ricevuto e accompagnato, che mi hanno guidato e che mi hanno aiutato a risolvere mille problemi. Adesso apprezzo e ringrazio. Specialmente per quanto ho vissuto in Somalia.

La Somalia é una terra bellissima, dura e selvaggia sulla quale soffia, costante, un vento che porta il sapore del mare. Il cielo è intenso e spesso piccole nuvole tonde galleggiano a migliaia sul suo blu inarrivabile. L’aria é satura di profumi primitivi e la libertà ha una dimensione quasi fisica. Ma la Somalia é anche la terra dove la nostra cattiveria, la nostra miopia di improvvisate sentinelle del mondo ha sperimentato i più nefasti tentativi di dominio. L’ho vissuta a periodi alterni, ma anche relativamente lunghi, tra il 1986 e il 1992. In realtà, però, ho frequentato solo la capitale, Merca, Gezira e la strada litoranea che porta al confine con il Kenya. E’ inevitabile quindi che ne parli al passato. Ma forse, della Somalia, chiunque ne può parlare solo al passato.

Mogadiscio, nel 1986 era una città vastissima e decadente, ma anche estremamente affascinante e incredibilmente colorata. L’impronta urbanistica data dagli italiani era evidente e molti palazzi si conservavano ancora decentemente, anche se le pratiche manutentive al patrimonio immobiliare erano, in generale, ridottissime. Tutta l’area di fronte al porto, attorno alla Garesa, il palazzo che fu sede del Vali fino all’epoca coloniale, era zona di mercato, e questo si svolgeva tutti i giorni, con l’eccezione del venerdì, fino alle prime ore del pomeriggio. La strada principale che portava in quell’area era sempre congestionata e i pochi semafori in funzione non riuscivano certo a regolare un traffico impressionante. Musica e odori di ogni genere riempivano l’aria. Ricordo che la cosa che mi impressionò di più fu la moltitudine di bambini scatenati in giro per le strade: saltavano, correvano e giocavano a calcio in ogni angolo del centro. Le nostre vecchie Fiat 124, dipinte di verde e rosso (oltre ad altre decorazioni, a discrezione del loro conducente) erano i taxi della città: scricchiolavano e strombazzavano senza controllo, non avevano aria condizionata, tassametro e altri accessori a prima vista importanti. Però non si fermavano quasi mai e il prezzo della corsa era efficacemente regolato da misteriose leggi, per cui non c’erano sorprese di alcun genere. Le strade laterali alle arterie principali erano quasi tutte sterrate: raccoglievano anche i rifiuti, a cielo aperto, senza alcun tipo di contenitore. I rifiuti marcivano al sole e lì, evidentemente, si polverizzavano o si fossilizzavano: non ho mai visto una raccolta rifiuti in funzione! Il quartiere più povero si trovava sulla strada a scorrimento veloce che è tangente alla città, a Ovest. Si trova al IV chilometro. IV chilometro è anche il nome del quartiere. Era un insieme di baracche in lamiera e legno, completamente sprovvisto di sistemi idrici e fognari, dove la vita era durissima, in particolare nei mesi di clima estremo. So che è stato quasi completamente distrutto durante la battaglia dell’ottobre 1993. Spero abbiano costruito qualcosa di più umano.

L’ultima volta che ho visto Mogadiscio era l’estate del 1992. Si respirava già un’aria pesante. In centro incominciavano a circolare auto tedesche di grossa cilindrata, miracoloso contributo derivato dai finanziamenti alla Cooperazione. Gli alberghi consigliabili però erano ancora solamente due: l’Hotel Juba e l’Hotel Croce del Sud. Entrambi non meritavano il numero di stelle che esibivano sulla targa all’ingresso, ma almeno la Croce del Sud era gestito da italiani e, pur nelle modestissime condizioni, si viveva un po’ meglio. L’edificio aveva uno stupendo cortile in ghiaia circondato da un portico che regalava grande conforto nella ore calde. Non so bene come, ma nel cortile vivevano anche tre grandi alberi abbastanza in salute da permettersi il lusso di fare ombra. Sotto, i tavoli del ristorante con tovaglie che erano state candide. Oramai avevano irrimediabilmente perso l’originale eleganza a causa dei mille rattoppi che sembravano un vero e proprio ricamo. Gli spaghetti aglio, olio e peperoncino erano squisiti.

Oggi, l’albergo, così come l’intero isolato, non esiste più. Solo rovine.

Nel 1940 gli italiani residenti erano più di diecimila. Nel 1986 ne erano rimasti solo circa quattromila. Alla fine del 1990 poco più di mille: molti di loro erano dipendenti delle Compagnie di Navigazione che avevano una sede in città. Molti lavoravano nell’ambito della Cooperazione. Qualche decina di tecnici era impegnata nella Sanità e all’Università. Tutti, chi consapevolmente chi meno, sono stati testimoni di una incredibile serie di opportunità mancate.
 
Il mare ha una grande importanza per la città. E’ molto pescoso, soprattutto all’interno della barriera corallina, nei pressi di Gesira. Là, infatti, esisteva una consistente comunità di pescatori, oltre che di lavoratori alle saline. Ma i somali mangiano poco pesce, preferendo di gran lunga il capretto, che infatti è il piatto nazionale: cotto al forno, ripieno di riso e verdura, è squisito. Si mangia con le mani. Nonostante il fascino, la limpidezza delle acque e l’invitante ampiezza del bagnasciuga, il mare nasconde però la terribile insidia degli squali. Di fronte alle spiagge della città ce ne sono tantissimi. E’ una varietà molto, molto pericolosa: si chiamano "Zambesi" o squali bottiglia. Sono piccoli, cattivissimi e coraggiosi. Arrivano fino quasi a riva e possono nuotare (e attaccano) in trenta, quaranta centimetri d’acqua. Sono lunghi ottanta, novanta centimetri, massimo un metro, ma sono micidiali. Le vittime principali sono i bambini: il gioco sulla linea del bagnasciuga si trasforma spesso in tragedia e in città sono tantissimi i piccoli mutilati agli arti inferiori. Fino agli anni sessanta questo problema non esisteva. Non c’era infatti quel terribile mattatoio che vidi laggiù, proprio in riva al mare a poche centinaia di metri a Nord del porto. Il mattatoio produce scarti della lavorazione delle carni e queste vengono gettate direttamente nel mare. Per gli squali si tratta di un’orgia continua di sangue e carne. Per la gente è un terribile pericolo, secondo solo all’HIV che, a quell’epoca, incominciava e essere la più consistente emergenza sanitaria del Paese. La vita, al tempo in cui l’ho frequentata io, era segnata da ritmi incredibilmente lenti. Era complicato eseguire qualsiasi compito, anche il più elementare. L’unica cosa facile era stendersi da qualche parte e riposare: questo lo potevano fare tutti, in qualsiasi momento. E infatti lo facevano, con la sola eccezione dei bambini, che sembravano essere l’unica energia attiva del Paese. La città era letteralmente piena di uomini che, seduti o distesi, si riposavano. Ho sempre pensato che questa, l’occupazione principale, fosse una sorta di fuga dalla responsabilità di vivere in un posto duro e terribile come quello. Credo che siano diversi i fattori che concorrevano a rallentare tutto. Il clima micidiale ha la sua responsabilità. Quando il sole picchia e il monsone porta umidità ti senti le gambe molli ed è veramente difficile muoversi.
 
Poi c’è la corruzione che, con le sue regole, paradossalmente semplici, rende tutto complicato e lento. Anche per chi crede di aver capito tutto. La corruzione in Somalia é stato, per tutti quegli anni, l’unico sistema possibile per intraprendere una qualsivoglia intermediazione, dall’acquisto dei beni primari all’assistenza medica, dalla vendita delle proprietà immobiliari al reperimento dei pezzi di ricambio per l’auto. Nessuna meraviglia quindi se i veri aiuti, quelli che avrebbero potuto salvare la Somalia, non siano mai arrivati sull’Oceano indiano ma si siano fermati sulla più calme acque del lago di Ginevra. Con queste premesse la Somalia sarebbe morta, come infatti successe dieci anni più tardi; e sarebbe morta perché orfana della Civiltà. Cioè di quell’insieme di individui che si uniscono per un interesse comune e superano le difficoltà di dialogo. E, in questo caso, si trattava di dialogo tra tribù. Questo, già allora, non esisteva più: solo numeri di conto e riferimenti bancari, nulla di più profondo.

L’assenza di servizi efficienti è un’altra delle cause: ma questa è una diretta conseguenza dei punti uno e due. Ma la vera malattia della Somalia di quegli anni, e forse la malattia di sempre, era la totale mancanza di un vero interesse della classe dominante a far funzionare le cose come funzionano, più o meno bene, nell’ambito delle cosiddette Società Civili. La Somalia non è mai stata una Nazione, almeno come la intendiamo noi oggi. Una terra compresa all’interno di deliranti confini tracciati dalla matita del gerarca, una gabbia virtuale dentro la quale decine di tribù di pastori più o meno nomadi si sono, da sempre, contesi i pascoli. Darod, Issa, Migiurtini, Warsangeli. Tribù, niente più che tribù! Il passato remoto che il fascismo ha voluto attribuire agli abitanti della terra di Punkt, non è mai esistito. Questa gente disperata, alla continua ricerca di un po’ di pascolo, ha sempre avuto la tendenza a violare la terra altrui. E a uccidere, se questo era necessario. Ha sempre vissuto di violenza, perché la natura stessa è violenta e promette violenza. A quel tempo, la cooperazione internazionale, tra mille problemi, si sforzava di mantenere aperta la porta della solidarietà, ma gli aiuti in cibo e medicinali deperivano rapidamente nei container deliberatamente “dimenticati” sui piazzali di scarico degli aeroporti. Alla povera gente in fuga dall’Ogaden in guerra abbiamo visto recapitare pezzi di ricambio per auto che non erano mai circolate in quelle piste, macchine per scrivere, duecento televisori portatili in bianco e nero, e millecinquecento rasoi elettrici a batteria. Tutto il resto, gli aiuti veri, il latte in polvere, le confezioni di acqua, la verdura e la frutta in scatola, lo zucchero, la farina e gli antibiotici arricchivano l’offerta del mercato nero, gestito direttamente dal Dittatore e dalla sua famiglia. In queste condizioni é fin troppo facile prendere atto che la colonizzazione del Corno d’Africa é solo convenzionalmente terminata nel 1960: in realtà continua e continuerà chissà fino a quando, nella perversa logica dell’innarrestabile e immensa propensione alla corruzione manifesta nelle strategie dei nuovi padroni.

I vecchi indigeni, per vantare le qualità del capretto cucinato alla maniera somala, amano dire che la migliore aragosta é buona quasi come il peggior capretto. Riempito di riso colorato in rosso verde e bianco e messo per circa due ore nel forno a legna, oltre a essere veramente squisito, è anche bellissimo da vedere; aperto sul ventre, con il suo tesoro di riso tricolore che lo riempie e lo guarnisce, è una vera sorpresa. L’ultima volta, ho lasciato Mogadiscio con il cuore in subbuglio. Ero cosciente che nessuno di noi avrebbe mai potuto fare alcunchè per cambiare le cose. Incominciavo a capire, piano piano, che cosa fosse quello strano senso di dolore muto, di tristezza e di rancore non detto che quelle migliaia di occhi lasciavano leggere anche al più superficiale degli osservatori e al più distratto uomo in fuga come mi sentivo in quel preciso momento. In quella città, che fu meravigliosa, si stava coltivando odio e desiderio di rivincita non solo per un passato criminale e già condannato dalla recente storia, ma anche, e forse soprattutto, per il presente, fatto di promesse improbabili, di aiuti inutili, di investimenti dannosi, per imporre i quali eravamo disposti a corrompere, a minacciare, a uccidere. E ora dobbiamo fare i conti con la conseguente aggressività, con la sete di vendetta di chi non può fare altro per fare sentire la propria voce rauca, che si esaurisce o meglio, si trasforma, ogni anno che passa, in un urlo sempre più debole, che non intimorisce e non modifica in alcun modo l’ottuso egoismo delle Potenze Superiori. Il ricordo della Somalia é vivissimo: la sabbia, le pietre del deserto, gli animali nei fiumi, le figure sottili e solitarie, le donne bellissime. La Somalia ha vissuto l’ultimo dramma, l’ epilogo della sanguinosa rivolta per destabilizzare la dittatura. Poi ci sarà un’altra rivolta per sostituire il potere acquisito dalla rivolta: non ci sarà mai fine, non ci sarà mai pace. Solo morte, carestia e distruzione. E noi, dico noi del “mondo giusto”, incapaci anzi inetti di fronte al progressivo annullamento di un popolo, a guardare, soffiando sul fuoco. I nostri silos vuoti ad Afgoi, il nostro incredibile mattatoio a Mogadiscio, lo stabilimento della Liquichimica, la fabbrica di polistirolo; tutto inutile, tutto vano, fermo, dannoso. Utile solo per i corrotti che hanno imposto la loro diabolica logica di profitto. Terribile. Terribile e vergognoso.

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